Università, a Cagliari scoppia la rivolta dei ricercatori: “Non insegneremo più”
È una sorta di sciopero “bianco” della cattedra: i ricercatori contestano la riforma, penalizzati dalla mancanza di concorsi e prospettive.
Scoppia anche a Cagliari la rivolta dei ricercatori, la parte più attiva e più giovane dell’Università. «Specie in via di estinzione», è la sentenza che pende sulla loro testa da quando il Governo ha fatto conoscere i suoi progetti di riforma. Di qui la clamorosa protesta: niente più lezioni, dal prossimo anno accademico i ricercatori non insegneranno più. Si dedicheranno solo all’attività di ricerca per cui sono pagati e saranno valutati.
LA CONSEGUENZA A rischio le immatricolazioni 2010-2011: è una conseguenza della paralisi della didattica universitaria visto che, senza l’apporto dei ricercatori (di ruolo sono 123), moltissimi corsi di laurea non potranno essere attivati. I consigli di facoltà, riuniti in questi giorni per programmare l’offerta formativa del prossimo anno, se ne stanno rendendo conto: l’astensione in massa dall’insegnamento (le domande scadono questo mese) provocherà la cancellazione di numerosi corsi. Un’idea del caos che verrà se la son già fatti a Scienze della formazione dove il consiglio di facoltà, riunitosi l’altro ieri, ha deliberato all’unanimità di non votare su questo punto (lasciando in stand-by i 4 corsi) e di incaricare il preside di farsi portavoce presso il rettore del disagio della categoria, chiedendo «reali modifiche nei punti più cruciali e nevralgici» del disegno di legge Gelmini.
DISEGNO DI LEGGE Al centro della protesta la politica dei tagli di fondi all’Università e, in particolare, la riforma – presto in Parlamento – che sancisce «la definitiva messa ad esaurimento della figura del ricercatore a tempo indeterminato», sostituita dal ricercatore a tempo, con contratti di tre anni rinnovabili per altri tre. A essere penalizzati saranno sia i precari, che dopo aver dato tanto all’Università si ritroveranno senza prospettive, sia i ricercatori in ruolo, che da anni aspettano i concorsi (non ci sono soldi) per diventare associati. «Si annulla qualunque reale prospettiva di carriera – spiega Paola Devoto, ricercatrice a Neuroscienze, insegnante nella scuola di specializzazione in Farmacologia – finora abbiamo coperto con attività di volontariato le inefficienze del sistema, assumendo i compiti tipici dei professori per ovviare alla carenza di finanziamenti. Eppure il Governo umilia proprio noi, demotivandoci». La protesta potrebbe rientrare solo se il Governo tornerà sui suoi passi. «Chiediamo al ministero di destinare fondi ai concorsi, in modo che i ricercatori meritevoli possano proseguire nella naturale carriera diventando associati, e al rettore di portare le nostre istanze alla Crui».
CARLA RAGGIO
Giovedì 11 marzo 2010 L’unione Sarda